Cooperazione allo sviluppo: un «cavallo di Troia»?
(presentazione del n. 8 - Vergato, novembre 2007)
di Luigi Arnaboldi

Il numero 8 di InterCulture sulla cooperazione internazionale è stato presentato l’8 novembre a Vergato (BO), dove è presente un gruppo che periodicamente si incontra per approfondire i contenuti della rivista. Arrigo Chieregatti ha introdotto la serata con una breve panoramica storica della cooperazione occidentale. Gli scambi tra culture sono sempre esistiti, ma la nascita delle Organizzazioni Non-Governative è un fenomeno recente che è esploso negli anni ’60. Questi organismi si sono lodevolmente fatti carico dei drammi dei popoli poveri del mondo e li hanno aiutati, esportando però i modelli occidentali. C’era poca attenzione alle culture locali. E questa lacuna continua ancor oggi. Per esempio – ha fatto osservare Chieregatti – accade che un cooperante che ha lavorato in una nazione africana, l’anno successivo operi in un contesto asiatico. Ma come si può operare con cognizione di causa facendo un salto culturale così radicale? C’è qualcosa che non funziona.
Inoltre oggi ci si rende conto che la cooperazione sta esportando anche i problemi irrisolti della modernità occidentale. Introdurre lo sviluppo implica, ad esempio, esportare anche l’inquinamento. Questa presa di coscienza dovrebbe portarci a riconoscere che il problema centrale sta qui da noi. È il modello di sviluppo occidentale che produce l’inquinamento del pianeta e, quindi, è a partire dalla messa in questione di questo nostro modello di crescita che si può sconfiggere la distruzione dell’ambiente.
Chieregatti ha così spostato l’attenzione a casa nostra. Viviamo immersi in questa cultura, ma la mettiamo ben poco in discussione. Proprio qualche giorno prima un conoscente gli aveva riferito che durante la visita all’asilo nido la maestra, mostrando gli armadietti personali di ogni bambino, aveva fatto notare che in quel modo si insegna la proprietà privata. Entrare in dialogo con le culture «altre» non solo non significa esportare il proprio modello di educazione, ma anche avere il coraggio di mettere in discussione quello che noi consideriamo l’unico modello di educazione scolastica, che è quello tipicamente occidentale.
L’incontro è proceduto con brevi interventi di alcuni membri della redazione della rivista InterCulture, tra cui il mio. Ho esordito rammentando un episodio accadutomi mentre ero in Giappone durante la prima guerra del Golfo. Un giorno è squillato il telefono della parrocchia cattolica in cui operavo: era una persona che chiedeva conto del coinvolgimento della chiesa nella guerra contro i musulmani. Ho subito cercato di distinguere l’operato delle nazioni da quello della chiesa. Per tutta risposta, l’interlocutore mi ha chiesto come mai il presidente americano avesse concluso il suo discorso di dichiarazione di guerra invocando la benedizione del Dio cristiano. A nulla sono poi valsi i miei tentativi di distinguere tra cultura e religione. Tale distinzione, infatti, è una creazione occidentale che altre culture non possono cogliere, perché per loro la realtà è una.
A partire da questo esempio, ho esposto vari altri casi in cui si evidenzia la nostra mancanza di conoscenza delle culture in cui operiamo. In Africa abbiamo costruito gli orfanotrofi, senza però renderci conto che così stavamo collaborando a distruggere la tipica cultura solidaristica del villaggio. Infatti è consuetudine che i parenti più stretti, o il villaggio nel suo insieme, adottino l’orfano, senza alcun bisogno di creare quella struttura tipicamente occidentale che passa sotto il nome di «orfanotrofio». Questi errori culturali minano la cooperazione internazionale che, quasi senza che ce ne accorgiamo, si trasforma in una forma di occidentalizzazione. La cooperazione non è neutrale.
Ho poi invitato a riflettere sui costi dello sviluppo. Noi lo esportiamo anche perché non abbiamo ancora piena coscienza di ciò che ha implicato per le nostre vite, e di quanto continui a costare a noi che ci sentiamo «sviluppati». L’Italia è tra i paesi più industrializzati. Ma per entrare in questa élite è stato necessario permettere l’insediamento dell’industria pesante sul suolo italiano. Questo ha portato ad eventi dannosi come, per esempio, l’inquinamento causato dalle industrie di Marghera. Anche l’agricoltura è stata trasformata. È stato messo a morte il modo di produzione del piccolo produttore agricolo indipendente, a favore di una produzione industriale centralizzata. Ho citato Bruno Amoroso, che definisce questa trasformazione «un genocidio culturale» (Persone e comunità, Bari 2007, p. 88). Lo sviluppo tanto decantato non cessa di mostrare tutte le sue contraddizioni anche ai giorni nostri. I dati recenti della Caritas italiana, riportati dai mass media, parlano di 7 milioni e mezzo di italiani in stato di povertà. Alla televisione non si è detto però che rappresentano il 12,9% della popolazione, percentuale riportata subito dopo la cifra nel comunicato stampa della Caritas.
Ho letto, infine, questo giudizio di Luciano Carrino, che ha sempre lavorato nei palazzi del potere che erogavano aiuti: «Dietro le dichiarazioni e i titoli accattivanti dei progetti, i governi donatori usano la cooperazione internazionale quasi sempre per promuovere nei paesi del sud i loro interessi politici, economici e culturali. (…) La tendenza a usare l’aiuto come strumento di penetrazione economica e culturale, o addirittura l’accompagnamento di campagne ideologiche e militari, si diffonde e ha persino un nome. Molti lo chiamano bilaterismo aggressivo» (Perle e pirati, Trento 2005, p. 26). Usiamo l’aiuto internazionale per affermare noi stessi, dimentichi di quanto una volta disse Gandhi: «Lasciate tranquilli i poveri!».
Adele Cozzi, della redazione di InterCulture, si è soffermata sul pensiero di Temple, che ha avuto modo di approfondire anche al di là dell’articolo pubblicato nel numero sulla cooperazione internazionale. Ha esordito ricordando quanto fatto osservare da Lomomba Emongo lo scorso giugno durante l’incontro tra le redazioni canadese e italiana della rivista InterCulture. Questo studioso africano ci ha interpellati nel modo seguente: «Quando si parla di solidarietà internazionale, si dice che i ricchi dovrebbero pagare il giusto prezzo (e fra parentesi ha aggiunto: cosa che non fanno, altrimenti non sarebbero più ricchi...). Ma se guardiamo le esperienze delle altre culture, dobbiamo chiederci se questo è davvero l’unico modo. Non possono esserci altri modi di fare, indipendentemente dal giusto prezzo?». E per farci capire quello che voleva dire, ha aggiunto: «Per esempio, se io fabbrico un prodotto, nella mia cultura  d’origine c’è l’idea che quel prodotto è un pezzo di me, ha in sé la mia anima. Quando si fabbrica anche una semplice tazza per bere, non è solo una tazza, è un oggetto d’arte. E non è solo un oggetto d’arte. È un oggetto fatto per metterci una vita, per metterci un’anima. Per questo voi parlate dell’animismo degli africani. Gli africani mettono un’anima in tutto, vedono la vita in tutto. Allora la pioggia è viva, l’albero è vita, il vento è vita... C’è tutto un rapporto spirituale con la terra». Poi ha aggiunto un’altra domanda: «Vi siete mai chiesti che cosa c’è fuori dalla modernità? Spesso è difficile anche solo immaginare che ci sia qualcosa fuori dalla modernità, qualcosa che non sia soltanto una fase più arretrata da superare o un oscurantismo da illuminare». Secondo la relatrice, l’articolo di Dominique Temple aiuta proprio a uscire dal nostro «pensiero unico». Temple ci dice innanzitutto che noi abbiamo la nostra economia, ma che esistono altre economie, altre culture economiche che hanno un fondamento diverso e meccanismi d’azione diversi da quelli della nostra economia.
L’intervento della Cozzi ha poi spiegato l’economia di reciprocità così come Temple l’ha osservata ancora in vigore presso alcune popolazioni indigene in varie parti del mondo. Tra gli aspetti fondamentali di questa economia altra riporto qui solo alcune note sulla differenza fra lo «scambio» e la «reciprocità». Lo scambio è uno scambio di oggetti fra due interlocutori che trovano un accordo soddisfacente per l’interesse privato di ciascuno. Lo scambio è determinato dalla preoccupazione di ciascuno per il proprio benessere. Il bisogno di sicurezza e la paura dell’altro sono ingredienti fondamentali. La reciprocità si muove su un altro piano. Non parte dall’interesse o dal bisogno del singolo, ma dalla scoperta e dal riconoscimento di una dimensione umana che accomuna l’uno all’altro, e che non è proprietà di nessuno dei due perché è l’umanità di tutti. Potremmo dire che lo scambio è un rapporto a due, e la reciprocità un rapporto a tre.
La reciprocità è una circolazione di doni. Il dono è gratuito: si dà un oggetto che non viene sostituito da un altro oggetto o da una somma in denaro. Il dono crea un vuoto, e questo vuoto è compensato da un valore spirituale e sacro: quello di aver partecipato al benessere e alla crescita dell’essere comunitario. Questo è ciò che Temple chiama «il prestigio». Ci si sminuisce quando si accumula o quando si riceve, ci si valorizza quando si dona. Il dono gratuito mette in moto in modo del tutto naturale una circolazione di doni gratuiti. Per questo si può dire che il rapporto è a tre. Il terzo è l’essere comunitario a cui tutti appartengono e in cui tutti si riconoscono.
La relatrice ha poi continuato osservando che ora si è in situazione per cominciare a capire che cosa intende Temple quando parla di «economicidio»: si tratta della distruzione di questa economia di reciprocità. Da quel poco che abbiamo visto, è chiaro che l’introduzione dell’economia di scambio non può che distruggere l’economia di reciprocità, e la distruzione dell’economia di reciprocità trascina inevitabilmente con sé la distruzione della cultura di quelle popolazioni. Nella nostra visione dell’economia come mondo separato si può illudersi di introdurre l’economia di scambio e nello stesso tempo di rispettare le culture, affidandole ai buoni uffici degli antropologi, ma è soltanto un’illusione, perché l’economia di reciprocità è una componente vitale e inseparabile delle culture indigene. A questo proposito, Temple parla di «politica del fiore reciso»: sembra ancora vivo, ma appassirà in fretta. Lo stesso avviene per la cultura dei popoli indigeni, perché l’economia di reciprocità è l’espressione di quel senso dell’umano che è il cuore di ogni cultura.
Cozzi ha poi concluso affermando che, secondo Temple, la risposta all’impoverimento del «terzo mondo» non passa per l’integrazione dei popoli autoctoni nel sistema di scambio e nella lotta di classe. Poiché il problema non è il fatto che lo scambio è ineguale, la soluzione non è la lotta per lo scambio equo. Il problema è lo scambio, e la soluzione non può essere che la promozione dell’economia di reciprocità. Per il momento, nella situazione attuale del mondo, sarà necessario scendere a compromessi con l’economia di scambio, ma l’obiettivo è liberare l’economia di reciprocità dall’asservimento all’economia di scambio.
Annamaria Acocella si è infine soffermata sul fondamentale articolo di Kalpana Das, sottolineando che lo sviluppo ha significato per i paesi del cosiddetto «terzo mondo» la morte della propria cultura per acquisirne un’altra. Come afferma Kalpana, «Lo “sviluppo” è stato ed è ancora il primo fattore di assimilazione all’Occidente moderno» (InterCulture, n. 8, p. 87). La crisi dello sviluppo la possiamo poi constatare a partire dai paesi più sviluppati, dove è evidente la profonda crisi dei valori umani. L’obiettivo dello sviluppo è fallito perché non ha portato alla «buona vita». Infatti lo sviluppo si prefigge il raggiungimento di una ricchezza materiale che non equivale al benessere personale. Acocella ha concluso invitando a leggere l’articolo di Kalpana, che in alcune pagine di particolare interesse descrive sinteticamente i paradigmi culturali della «buona vita» presenti in altre culture.
    Quest’ultimo intervento ha introdotto il dialogo coi presenti, che è stato ricco di scambi interessanti a dimostrazione di quanto sempre più ci si stia interrogando sui limiti e le derive della cooperazione internazionale. Di particolare rilievo è stato l’intervento di un amico africano che ha voluto ringraziare i relatori per aver dato voce ai poveri. Ha poi evidenziato che il grande problema dell’Africa è che non ha mezzi per farsi ascoltare. Ha citato esempi del suo paese, la Costa d’Avorio, che è ricchissimo ma ancora dipendente dalla Francia, al punto da dover pagare l’affitto alla Francia per le strutture che usa, come i palazzi governativi e l’aeroporto.
L’incontro è stato particolarmente apprezzato dai partecipanti, anche perché a Vergato esiste un gruppo di lettura della rivista. La speranza è che attorno alla rivista nascano sempre più gruppi di questo tipo, in modo che gli scritti diventino vivi e sollecitino sempre più l’azione critica nel presente.