Sulle tracce di Raimon Panikkar

di Patrizia Picchietti e Adele Cozzi

 A seguito del numero di InterCulture dedicato a Raimon Panikkar, il 19-20 novembre 2011 si è svolto un primo seminario di approfondimento voluto e pensato dal gruppo di studio InterCulture di Bologna.
Quello che Panikkar ha lasciato a tutti noi è qualcosa di vivo, che deve continuare a vivere. Per questo il gruppo di studio ha sentito l’esigenza di continuare ad approfondire il suo pensiero e a lasciarsi ispirare dalla sua libertà e dalla sua fiducia nell’infinito mistero del cosmo, della vita umana e del divino.
A condurre le due giornate di studio è stato chiamato Achille Rossi, a cui è stato chiesto di condividere alcuni aspetti della sua ricca esperienza di dialogo vitale con Panikkar.
A nome di tutto il gruppo, esprimiamo un grazie sincero ad Achille per tutto il tempo che ci ha dedicato e soprattutto per l’amicizia che ci ha dimostrato condividendo con noi non tanto una riflessione teorica, quanto un’esperienza profonda che l’ha coinvolto interamente, cuore, mente e spirito…
La prima giornata si è aperta con una relazione di Achille a partire da alcune domande formulate dai partecipanti su che cosa avesse significato per lui la lunga amicizia vissuta con Panikkar, su come si può pensare di portare avanti il suo insegnamento, su quale fosse la ‘fede’ profonda di Panikkar e su che cosa egli intendesse dire quando parlava di ‘armonia dei contrari’.
Sono state alcune ore ricche di aneddoti, di piccoli riflessi dell’animo di una persona nei gesti del vivere quotidiano, di ricordi di una amicizia iniziata nel lontano 1978, quando l’incontro con Panikkar ha portato Achille a rimettere in discussione tutti gli studi filosofici condotti fino ad allora, con la sensazione di essere proiettato in un mondo sconosciuto e affascinante, tutto da esplorare.

Una fede senza oggetto
L’elemento essenziale di tutta la vita di Panikkar, dice Achille, si può forse dire che sia la sua ‘fede’, una ‘fede senza oggetto’, come lui soleva definirla: una fede nuda, ancorata al mistero al di là delle ‘credenze’ (che possono sempre essere relativizzate), una fede come tensione viva verso l’orizzonte più profondo. «La mistica, diceva, è stata l’avventura più importante della mia vita». Questa fede l’ha portato a vedere Dio in tutta la realtà, senza confusione e senza separazione.
«Un giorno, racconta Achille, eravamo di fronte alla catena dell’Himalaya, e lui mi ha detto: “Vedi, questo è Dio”. Lo stesso mi ha detto un’altra volta di fronte alle architetture della piazza di Todi». Non aveva paura di essere accusato di panteismo. «Tutto questo è Dio, diceva, ma Dio è anche molto di più. Il panteismo è un errore per difetto: dice troppo poco».
Questa fede si esprimeva nelle sue celebrazioni, che scaturivano da una grande preparazione interiore. Coinvolgeva tutti i presenti e convocava tutti gli elementi primordiali in quello che sentiva come il punto più alto della vita umana. Erano momenti indimenticabili, in cui le persone erano condotte a comunicare fra loro nella realtà ultima, una comunicazione più forte di quella che si realizza abitualmente con il logos.
Panikkar ha proposto una spiritualità che si esplica in tutti i campi della vita, dicendo no ad ogni spiritualismo e ad ogni tentativo di relegare Dio in un campo specifico e separato dalla realtà.
Dio è come il soffio che attraversa tutti i campi dell’esperienza umana.
Un triplice cammino
In un mondo al collasso, in cui l’economia come la conosciamo non può più funzionare, l’equilibrio con la natura è stato infranto e il nichilismo dell’ideologia consumistica produce una diffusa crisi spirituale, nell’opera di Panikkar possiamo trovare le indicazioni per quel cammino di trasformazione profonda e complessiva di cui abbiamo bisogno. Si tratta di un cammino che include l’ascolto del divino, il recupero dell’umano e la valorizzazione della dimensione cosmica. Tocchiamo qui uno degli elementi centrali del pensiero e della vita di Panikkar, quella che lui chiama «l’intuizione cosmo-teandrica»: il cosmico, l’umano e il divino sono tre dimensioni costitutive della realtà, che si possono distinguere ma non separare (sono inter-in-dipendenti). Questa intuizione illumina il pensiero, ma anche la concretezza della nostra vita.
Ascoltare il divino significa ascoltare la dimensione più profonda di se stessi, dove si tocca qualcosa che è ‘oltre’, che trascende ogni limitazione, e che può essere concepito come il ‘niente’ o come il ‘tutto’ (le diverse culture e religioni hanno chiavi diverse di interpretazione). Questa dimensione è una specie di fondo senza fondo che da un lato è il nostro ‘se stesso’ più vero, e dall’altro è ciò che vi è di più profondo in tutti gli esseri, in tutta la realtà.
Nella nostra situazione di oggi, commenta Achille, aprirsi al divino significa abbandonare l’ossessione della modernità, con la sua idea che l’uomo è tanto più se stesso quanto più è sciolto da ogni legame (e innanzitutto dal legame con l’assoluto). Bisogna tornare a fare l’esperienza che l’uomo è l’essere della trascendenza, rivolto a un orizzonte infinito. L’uomo è essenzialmente relazione con questo orizzonte. Se tagliamo questo filo, l’uomo crolla.
La libertà radicale, continua Achille, è qualcosa di molto più profondo del successo della tecnica. La libertà dell’uomo viaggia ad una dimensione molto più profonda e più ricca. L’uomo è un essere essenzialmente relazionale, ha bisogno di sentire la relazione con l’origine. Due sono le esperienze privilegiate per poter percepire questa relazione: il silenzio e l’amore. Nel silenzio si avverte che al di là del logos, del ragionamento, c’è qualcosa a cui ci si può abbandonare. Nell’amore, nella relazione autentica, si sperimenta che al di là dei due poli c’è qualcosa che scende più in profondità, ed è quella luce primordiale che fa sì che l’essere umano possa veramente fiorire.
Coltivare l’umano significa abbandonare la logica strumentale che sostituisce la relazione umana con il possesso delle cose. Si tratta di sostituire i cardini della cultura dominante, che ci avvolge e ci fa prigionieri. Qui Achille presenta in maniera limpida e concreta alcuni di questi cardini: tutto si può vendere e comprare, tutto si può portare sul mercato, non solo le cose ma anche l’educazione o la salute, che vengono sottoposte alla stessa logica dei beni di consumo; si lavora per diventare più ricchi, non per esprimere la propria umanità (ma poi il denaro è più forte del lavoro…); bisogna competere per vincere (è la fine della solidarietà e il principio della guerra; alcuni economisti hanno rilevato che nel mondo ci sono tre miliardi di esseri umani di troppo, che devono essere eliminati perché il capitalismo possa sopravvivere).
Coltivare l’umano significa relativizzare la scienza, non per eliminarla, ma per metterla al posto che le compete. La scienza non può pretendere di fornire la conoscenza totale, perché non c’è solo la dimensione quantitativa della realtà. Con la conoscenza scientifica devono dialogare la conoscenza simbolica, atrofizzata dall’illuminismo, e la conoscenza mistica.
Achille accenna infine al terzo elemento, il recupero della dimensione cosmica. Bisogna rifare pace con la terra: abbandonare l’atteggiamento di conquista (espresso molto bene da Bacone, secondo cui bisogna «violentare la natura per strapparle i suoi segreti»…) e ripensare radicalmente il modo di produrre e il modo di consumare. E qui raggiungiamo, almeno nelle linee di fondo, i teorici della ‘decrescita’. Come dice Serge Latouche, non si può continuare a consumare e produrre a questi ritmi in un universo finito. È assurdo, dobbiamo uscire dall’immaginario dello sviluppo. Dobbiamo ritrovare la percezione del mondo come del ‘nostro corpo più grande’.
In sintesi, si tratta di coltivare a tutti i livelli un amore guarito dalla logica della violenza e della competitività. Dobbiamo imparare a trasformare le tensioni in polarità creative. Arriviamo così all’armonia dei contrari, su cui si è giocata tutta l’esperienza di Panikkar.

L’armonia dei contrari
Questa armonia si può vivere soltanto nel dialogo. E il dialogo non va inteso in senso dialettico, come un rapporto teso a distruggere l’altro, sul piano fisico, sul piano psicologico o sul piano culturale (sappiamo che ci vuole sempre una giustificazione ideologica per distruggere la polarità opposta; gli spagnoli che sterminavano gli indios si facevano forti dell’idea che gli indios non avessero l’anima; oggi, la giustificazione ideologica è data dalle leggi del mercato, inderogabili, che vengono prima delle persone).
Il dialogo non va inteso neppure nel senso di un’accettazione dell’altro ma alle mie condizioni (un rapporto teso a inserire l’altro in una grande costruzione di cui io possiedo la chiave: tu sei ‘sottosviluppato’, ‘in via di sviluppo’, non hai ancora una concezione adeguata della realtà, ecc.).
Dialogare significa innanzitutto ascoltare l’altro per poterlo leggere come lui legge se stesso. Allora la polarità diventa creativa e può dare luogo a una reciproca fecondazione. Perché il dialogo avvenga, è necessario avere fiducia in se stessi e fiducia nell’altro, senza paura che la propria identità venga distrutta: nell’ospitalità reciproca entrambi si diventa più veri, perché l’identità è una cosa viva, in movimento. Ma perché tutto ciò possa realizzarsi, è necessario avere fiducia in un Sé più grande, che abbraccia le due posizioni. Possiamo chiamarlo il nulla, il vuoto, il mistero, Dio… come l’aria, è ciò che permette il movimento, la libertà, la vita.

Un invito a continuare
Il seminario ha visto il coinvolgimento dei partecipanti in lavori di gruppo su alcuni temi suggeriti da Achille Rossi. In questo modo ha aperto la strada a una continuazione del lavoro iniziato, auspicando la creazione di piccoli gruppi territoriali che si incontrino regolarmente per approfondire l’uno o l’altro aspetto specifico del pensiero di Panikkar. Sarebbe una esperienza importante anche per imparare a lavorare in gruppo, cercando di applicare a livello pratico la visione dialogica che Panikkar ci propone: non si tratta di discutere per stabilire chi ha ragione, ma di partire da un difficile esercizio di ascolto per accogliere i reciproci contributi allargando l’orizzonte di tutti e di ciascuno.

Tracce di approfondimento
Ci sembra utile riportare qui di seguito le quattro tracce di approfondimento proposte nel corso del seminario, come pro-memoria per i partecipanti e come contributo per altri gruppi, vecchi o nuovi, che volessero tentare l’avventura.

1. Una spiritualità per il nostro tempo

  • «Solo i mistici sopravvivranno». Come potrebbe aiutarci la spiritualità cosmoteandrica a superare il vuoto spirituale nel quale le società attuali sembrano naufragare?
  • Come dovrebbe modificarsi secondo Panikkar l’idea tradizionale di Dio per rispondere alle problematiche suscitate oggi dall’avvento dell’ateismo e del nichilismo?
  • Quale contributo può offrire alla ricerca di un differente stile di vita la prospettiva di ecosofia suggerita da Panikkar?


2. Pluralismo e dialogo

  • Come si manifesta nel mondo contemporaneo la tradizione monista che vuole ridurre tutto a una unità monolitica?
  • Quale potrebbe essere l’anima di verità dell’atteggiamento monista, e quale esigenza umana esprime?
  • La nostra civiltà occidentale è abitata da scissioni e dualismi costanti (anima-corpo, materia-spirito, società-individuo…). Come è possibile superarli nella direzione di un pluralismo come quello suggerito da Panikkar?
  • Quale rapporto esiste tra pluralismo e dialogo?


3. La figura di Cristo

  • Panikkar sostiene la necessità di un approccio alla figura di Cristo che superi il metodo storico-critico e il metodo personalista (il metodo storico-critico cerca di scoprire l’identificazione di Cristo, la sua ‘carta d’identità’. Il metodo personalista cerca il Cristo come l’amico, l’ispiratore. Secondo Panikkar tutto questo è importante, ma non basta. C’è un altro metodo, che è quello di ‘diventare Cristo’, cercando di accostarsi al nucleo mistico della persona di Gesù di Nazaret).
  • Quali innovazioni introduce nella cristologia attuale questo approccio alla figura di Cristo?
  • Cosa significa concretamente quel ‘diventare Cristo’ che Panikkar ritiene necessario per cogliere veramente la realtà di Cristo?
  • Gesù è il Cristo, ma il Cristo non si identifica con Gesù di Nazaret. Esiste un fatto teandrico primordiale che si manifesta con una certa pienezza in Gesù, ma che è parimenti presente e operante altrove. Quali cammini potrebbe aprire, e a quali difficoltà potrebbe andare incontro una simile formulazione?


4. La contemporaneità
Quando Panikkar analizza la nostra contemporaneità, parla di un tramonto del mito della scienza. Quali sono i punti deboli dell’atteggiamento scientista?
Panikkar non demonizza e non disprezza la scienza, ma invita ad emanciparsi da essa.  Cosa potrebbe significare in concreto emanciparsi dalla scienza?
Panikkar parla di una ragione armata che sta al centro della cultura occidentale. Quali sono i segni che convalidano questa analisi? Verso quali pratiche si indirizza oggi l’invito di Panikkar a disarmare la cultura?